Storie di Luce, un’esperienza formativa

Con questo articolo voglio raccontarvi quella che è stata una bellissima esperienza, poter organizzare la mia mostra di fotografia.
Perché lo faccio? A cosa serve? Perché credo fortemente che questo possa essere una condivisione formativa, che arricchisce non solo chi organizza o vorrebbe organizzare eventi culturali/artistici, ma anche chi semplicemente li visita e apprezza.

Flyer fronte

Storie di Luce, questo il titolo della mostra, è un progetto nato e covato nella mia mente tantissimo tempo fa. Non si chiamava così e non aveva una forma. Stava lì campato in aria, era un sogno nel cassetto. Come tanti altri che ancora sono nel cassetto. Poi di colpo (secondo chi guarda dall’esterno, senza sapere il lungo lavoro che ha richiesto) dal 10 al 15 di Ottobre ho esposto presso l’Ex Orfanotrofio Suore Sant’Anna di Augusta (SR).
Ma com’è avvenuto tutto ciò? Perché?
Ve lo racconto rispondendo a delle domande che sono il frutto di ciò che realmente mi è stato chiesto dalle persone che hanno visitato la mostra.

Perché Storie di Luce? Cosa rappresenta?
Storie di Luce potrebbe essere il titolo di ogni fotografia. Fotografare significa “scrivere con la luce” e difatti la luce è protagonista di una scena immortalata, questa scena racconta un momento, una storia.
Questa mostra, che ho volutamente realizzato in modo atematico, vuol essere un inno alla vera fotografia, che non è solo quella degli addetti ai lavori, è quell’istinto di immortalare qualcosa/qualcuno che nasce a chiunque quando si trova davanti alla bellezza, alle geometrie, ecc.

_DSC9471 copia

Perché non ho seguito un tema?
Beh in parte ho risposto alla fine della domanda precedente. Io credo in quella fotografia che ho appena descritto. Questo, unito ad una buona base di creatività, basi tecniche, estro artistico e quant’altro produce già ottimi risultati. Perché sforzarsi di creare cose a tema, creando spesso delle vere e proprie cagate, quando invece si possono esporre quelli che, nel tempo ci sembrano i nostri scatti migliori sotto tanti aspetti?! Ecco, per me fare delle foto per seguire un tema sarebbe una vera e propria forzatura.

Quanto può essere importante per un fotografo mettere in mostra le proprie opere?
«Al giorno d’oggi col digitale meglio se ti sponsorizzi una foto sui social!» Niente di più falso. Il pubblico social è un pubblico “di passaggio”. E’ un pubblico che non pone grosse attenzioni. Chi viene a visitare la mostra lo fa con l’intento di vedere le nostre opere.
A parte ciò, premesso che ognuno di noi percepisce le cose come i colori in modo diverso, sicuramente guardare una stampa, oltre essere un piacere è anche un modo per far sì che tutti guardino la stessa cosa. A differenza invece dei display che cambiano da un dispositivo all’altro alterando le immagini.

Ho speso più del doppio di quanto ricevuto dagli sponsor. Perché?
Utilizzo spesso un motto: le cose o si fanno bene o non si fanno. O tutto o niente. Non mi piace accontentarmi e credo che le cose mediocri non abbiano futuro.

Ho voluto inserire delle attività all’interno della mostra. Perché?
All’interno della mostra, oltre la serata di apertura, ho realizzato un workshop di fotografia digitale per beneficenza, una serata con un poeta ed un artista locale e tutti i giorni c’era un banchetto con il romanzo di un caro amico e scrittore di questo blog.
Dietro questa scelta ci sono tante motivazioni. La prima senza ombra di dubbio è stata la volontà di arricchire l’offerta culturale praticamente pari a zero di Augusta. Avevo una location a disposizione, una squadra di lavoro, poteva starci altro oltre le mie foto che per alcuni momenti potevano rimanere anche solo da cornice per altro.
La seconda motivazione sta dietro il fatto che la fotografia non è un’arte che ha un pubblico come quello della pittura. Non tutti vanno alle mostre fotografiche, colpa anche del fatto che molti espongono cagate e lo fanno anche male.
Inserire delle attività era sicuramente un modo di spostare l’attenzione su altro e poi solo successivamente inserire i visitatori all’interno della mostra.
Un altro motivo è quello che tramite ciò ho potuto studiare qual è il pubblico che segue questo genere di eventi e come lo fa.

Partiamo da un assunto fondamentale, non esistono fotografie di serie A e fotografie di serie B, quindi ogni fotografia, ogni mostra, ha qualcosa da raccontare. Ma ci sono mostre e mostre, allestimenti e allestimenti. Personalmente sono un tipo che visita spesso mostre, musei, fiere e tutto ciò che riguarda le “esposizioni artistiche”, e nel tempo ho imparato che un buon allestimento costituisce una grossa parte del lavoro, il resto lo fanno le opere.
Racconto della mia mostra come “un’opera titanica” perché i problemi e le situazioni sgradevoli che ho affrontato sono davvero notevoli.
In primis mi sono scontrato con una realtà comunale che non offre nulla, nessuno spazio e nessuna agevolazione per i giovani, di nessun tipo. Questo ovviamente ha inciso parecchio, su tante cose e su tanti costi. Non voglio entrare nel merito di situazioni politiche e sociali per le quali potrei scrivervi un papello lungo più dei rotoloni regina – che non finiscono mai (…no, non mi pagano per dire questa stronzata sono io che sono cretino) – piuttosto mi limito a dire che quando ho cominciato ad organizzare mi sono reso conto di quello che già da tempo ripetevo, non esiste uno spazio culturale valido e qualora questo spazio esistesse non tutti permettono di appendere chiodi, posizionare luci, modificare spazi come si vuole, oltre al fatto che gli orari poi sono a discrezione del comune e del fatto che l’impiegato comunale che gestisce il posto non può fare straordinari perché i comuni sono sempre al lastrico. Per cui mi limito a dirvi che, solo grazie ad una persona di cuore ho trovato quel suggestivo ex orfanotrofio. Ma ovviamente restava il problema di non alterare gli spazi, anche perché oltre essere ospite, il luogo non si prestava bene ad essere modificato. E allora come intervenire?
_DSF0710Mi sono dovuto ingegnare un sistema fatto con cose molto spartane (recinsioni edilizie, legno, fascette, teli, ecc) per ricreare comunque quello che – col senno di poi – penso essere uno degli allestimenti più interessanti (inteso come fai da te) che questa città abbia mai visto (per quello che ricordo). Lo dico con un tocco di presunzione perché le mostre con le foto appese e le luci del lampadario le abbiamo viste tutti, ma non so se questa città abbia mai visto una mostra con uno studio così mirato della luce (seppur, ripeto, costruito in modo grezzo). Per scegliere i faretti ci ho messo una settimana intera e ho comprato 9 tipi di faretti diversiprima di capire quale luce fosse più neutra, morbida e meno problematica possibile. Oltre la luce, nessuno a livello locale pubblicizza gli eventi pagando la pubblicità sui social, pochi fanno una pubblicità capillare e ancora di meno sono quelli che fanno gadget dei propri eventi.
L’impresa è stata titanica anche per i costi che ho dovuto affrontare, complice anche il fatto che, avendo fissato una data, dieci giorni prima della mostra ho smesso di girare per cercare altri sponsor. E dieci giorni per trasportare cose con furgoni a noleggio, fare impianti per le luci, curare la pubblicità, le stampe, le locandine, le autorizzazioni, ecc ovviamente sono pochissimi considerando che per riempire e trasportare tutto negli spazi concordati, non essendo miei o in affitto, dovevo rispettare delle tempistiche.
Ho voluto raccontare in primis questa storia degli spazi e degli sponsor perché credo siano quei problemi che ne hanno generati tanti altri, a questi si unirebbero tante cose che non sto qui a raccontare.
Una cosa che sicuramente mi ha permesso di fare tutto ciò, nonostante fossi da solo a organizzarla è stato lo sprono giusto, e dal primo momento, quando ho seriamente deciso di organizzare la mostra, fino a quando ho chiuso il portone dell’ex orfanotrofio per l’ultima volta, è sempre stata una persona, non la citerò, ma lei sa di avere tutta la mia gratitudine. L’arte è stata sin dal primo momento un interesse comune, ma vi posso assicurare che sopportarmi quando devo organizzare qualcosa è davvero complicato. Col tempo e gli impegni però ho anche imparato che gli sproni non bastano, è importante sapersela cavare da soli, anche se per certe cose ci vogliono necessariamente più di una persona. Sia a livello tecnico e professionale, ma anche semplicemente perché a volte anche per una sciocchezza due mani non bastano. Nel mio caso ad esempio, l’uso sapiente del materiale elettrotecnico da parte di mio padre mi ha permesso di avere un membro dello staff che fosse un valore fondamentale per questo evento, ma è stato un valido aiuto anche nel trasporto di attrezzature, pesi e quant’altro.

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Una parte dello staff della mostra. Alla mia destra Arianna e Iolanda,  alla mia sinistra Alessia (Allestitrice e direttrice organizzativa) e Francesco Rocco (Autore del romanzo Silenzio)

Cosa mi ha insegnato questa mostra?
Tantissime cose. Mi ha insegnato gran parte delle cose che avete appena letto, ma partiamo forse da quella più evidente. Storie di Luce mi ha insegnato che tante persone che magari guardano la fotografia con superficialità, dopo una semplice spiegazione possono innamorarsene.
Storie di Luce mi ha insegnato che quelle che ti sembrano le persone meno adatte potrebbero rivelarsi davvero sensibili ai tuoi lavori.
Storie di Luce mi ha insegnato che alcuni ti apprezzeranno così tanto da visitare la tua mostra per prendere spunto e copiarti quando meno te l’aspetti (non supposizioni ma notizie da fonti certe).
Con Storie di Luce ho imparato che anche un posto brutto (seppur con una certa rilevanza storica e sociale), umido e pieno di muffa può trasformarsi in una bella location se alle persone interessano le tue foto e se sai fare in modo che si concentrino solo su di esse.
Storie di Luce mi ha insegnato che tutti quelli che mi chiamano “il fotografo”, “il maestro”, e mi riempiono di complimenti nel quotidiano, sono poi quelli che non ti cagano in queste cose più importanti. La stragrande maggioranza sono lecchini. Sei sempre un super fotografo quando servi a qualcuno, ma quando li incontrerai pochi giorni dopo la mostra daranno la colpa persino al proprio gatto pur di non dire che ti hanno scartato e/o buttato nel dimenticatoio.
Storie di Luce mi ha insegnato che non importa posizionarsi bene sul web e altrove, che non importa appendere tremila manifesti… ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che non lo sapeva.
Storie di Luce mi ha insegnato che le persone hanno un’idea distorta di mostra. C’è chi mi ha fatto gli auguri di questa “nuova carriera” come se avessi aperto uno studio, chi mi ha detto “ma a che ti serve? Le vendi le foto?” chi ha pensato fossi diventato ricco…

Insomma, fare questa mostra mi è servito per capire non tanto le cose, ma le persone e la loro visione distorta del mondo fotografico e dell’arte in generale.

Una cosa importantissima che ho imparato durante lo svolgimento di questo evento però non riguarda gli altri ma me stesso. Solo spiegando le mie fotografie alle persone ho capito quanto e come la fotografia sia entrata nella mia vita, quanto si sia impadronita di me e come il mio modo di pensare segue in automatico geometrie, schemi di luce e momenti da raccontare.

Ma questa esperienza non finisce qui. Il mio studio socio-foto-artistico (volendo creare una nuova accozzaglia di parole) continuerà in giro per la Sicilia e l’Italia, perché Storie di Luce è un progetto itinerante, per tale motivo, non appena avrò definito meglio il viaggio che questa mostra affronterà aprirò un sito più dettagliato e chiaro, per permettere una fruizione maggiore delle informazioni.

Cosa posso consigliare a chi legge e vuole organizzare un evento? Clicca qui e leggi alcuni dei miei consigli che ho tratto da questa esperienza e sintetizzato per crearne una sorta di guida.

Se vuoi portare Storie di Luce nella sede della tua associazione, nella tua città, nel tuo locale; se hai un progetto interessante da propormi puoi mandare una mail a: mostrastoriediluce@gmail.com

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